Si parla tantissimo di no contact: si tratta della tecnica del tagliare ogni forma di comunicazione con la persona narcisista. Proprio con la persona con la quale stiamo avendo problemi relazionali: e questa diventa la via maestra, la modalità più veloce, più pragmatica per riuscire a venirne fuori il più velocemente possibile.

Magari fosse sempre così facile! È così facile quando la relazione è una relazione di coppia o una relazione d’amicizia, ma ci sono altri casi in cui decidere di tagliare i ponti semplicemente, e chiudere la relazione in modo totalizzante non è semplicemente possibile. Questo perché l’altra persona potrebbe essere un parente, o nel caso delle coppie che si separano avendo figli in comune, come mi scrivono in tanti. Come si fa? Come fai a evitare di rimanere invischiato in quel tipo di manipolazione che c’era durante la vostra relazione, o se anche la relazione finisce, ma per forza di cose non si può smettere di frequentarsi? A tutte coloro che mi scrivono da un po’ di tempo, chiedendo indicazioni o spunti su come gestire questo tipo di relazioni, di solito rispondo che è difficile parlarne.

Lo è perché siamo in un regno di totale soggettività e personalizzazione. È difficile adattare qualcosa di generale a tematiche che sono sempre così piene di sfumature e criticità, di delicatezza in un contesto dove ci vanno di mezzo anche i minori.

Provo a dire qualche cosa che abbia senso per queste persone e in generale per tutti quelli che, di fronte a una relazione di tipo narcisistico, non possono in realtà scegliere la facile via del no contact.
La primissima cosa che sarebbe richiesta e cruciale, in questo caso, è di farsi innanzitutto noi una mappa di questo territorio. Nel momento in cui diciamo non è possibile chiudere, può essere senz’altro vero, non lo contesto, e allo stesso tempo può rappresentare una modalità per non fare il lavoro, per dire: ‘Oggettivamente sono inchiodato qua, e quindi faccio la vittima’. Mi aggrappo ancora di più alla mia pericolosa identità di vittima e rimango invischiato in questa situazione così com’è.

E’ una posizione esistenziale molto pericolosa perché ti impedisce di creare un vero cambiamento. Anche quando ci troviamo in una situazione oggettivamente scomoda, dove il margine d’azione è veramente risicato, anche in questo caso è necessario fare un lavoro di conoscenza del proprio territorio.
Di cosa stiamo parlando? Com’è davvero l’altra persona? Se smetto di fare la vittima, mi diventa necessario dover affrontare la situazione in una maniera il più possibile franca e aperta. Arrivare a chiamare le cose col loro nome. È un passaggio che, di solito, fino a che si è identificati nella relazione e vogliamo farla funzionare a tutti i costi, non vogliamo fare.

Si tende a creare delle coperture, delle giustificazioni, a raccontarsela in qualche maniera, a cooperare con la persona che ci manipola affinché questo tipo di abuso vada avanti. Perciò, la primissima cosa da fare è capire di cosa stiamo parlando. Smettere, per esempio, di stupirsi ogni volta che l’altro dà una nuova occasione per vedere questo tipo di modalità.

Non diamo fiducia all’altra persona sottintendo: ‘Mi fido di te, so che migliorerai’. Facciamolo, invece, nel senso: ‘Poiché ti conosco, mi aspetto che ti comporti come hai già fatto’. Magari, in seguito, potremmo restare stupiti da qualche lieta sorpresa. In ogni caso, ripeto che è cruciale iniziare a capire con chi stiamo avendo a che fare realmente.

A questo punto inizia il lavoro vero e proprio, quello che propongo a chi ha a che fare situazioni di questo tipo, abusive e manipolatorie.

Si tratta di inquadrare bene qual è la nostra parte in questo: dove stiamo cooperando e siamo complici di questo. In questo caso, se non è possibile interrompere realmente la relazione, il semplice fatto di fare chiarezza su cosa facciamo noi per invitare quel tipo di abuso, potrebbe essere, se non drasticamente risolutivo, il punto di creazione di prime differenze importanti. Per quanto l’altra persona sia inossidabile nelle sue modalità, è proprio impossibile che la relazione non cambi se il cinquanta per cento di questa cambia, quindi c’è sempre margine per aumentare la chiarezza e affinare le nostre capacità relazionali e intuitive, soprattutto con noi stessi.

Chi fa questo tipo di lavoro, chi ha questo tipo di visione, di solito, è la sola persona capace di cambiamento in una relazione del genere. Per questo motivo è senz’altro il caso di lavorarci in questi termini. Soprattutto perché si tratta dell’unica modalità sulla quale abbiamo controllo, mentre sull’altra persona non ne abbiamo affatto.

Consideriamo, inoltre, quanto segue. Ci troviamo sempre e comunque a misurarci con una persona dispotica e ad alta conflittualità, a prescindere da tutto il lavoro fatto.
Questa è la tematica del sasso grigio, di cui non ho ancora parlato: è un altro elemento tradizionale del narcisismo, ed è la tecnica del farsi scivolare le cose addosso, come se fossimo sassi grigi.

Quando si fa sotto la provocazione, normalmente ti ritroveresti gettato in una reazione di rabbia, o di tristezza, opportunamente stimolata dal narcisista. E se, invece del solito, rispondessi con una reazione tipo: “Uhm… ok”, di qualcuno che conosce benissimo queste modalità, e non necessariamente ci cascherà ogni singola volta..? Se è successo tanto in passato, non è detto che vada sempre così. Noi possiamo sempre scegliere di prendere atto che la persona si comporta in questa maniera e lasciare che sia, e anche questo tende a creare una sorta di cortocircuito all’interno della relazione, ma soprattutto è protettivo per noi che non siamo sempre alla mercé di certe provocazioni.