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Ecco una tematica fondamentale, quando si parla di narcisismo: assumendo che sia una dipendenza, le persone mi chiedono: come faccio a smettere di pensarci? Come smetto di essere dipendente, dal momento che ho capito che questa relazione mi fa male? Come guarisco dalla dipendenza da narcisismo?

Naturalmente, io mi riferisco sempre alla Eco, la persona che si interfaccia e che ha la relazione col narcisista, e non tanto al narcisista in sé. E questo non perché non esista nessun elemento di possibile guarigione: può esserci benissimo.

Il punto è che la persona narcisista, normalmente, non avverte la necessità di fare un cambiamento. Magari riconosce il valore implicito del risolvere queste modalità, ma il desiderio di quello che c’è al di là dello sforzo per risolverlo non è sufficiente a motivarlo, a compiere del lavoro su di sé o mettersi in discussione.
Non avverte poi così tanto la necessità di questo tipo di cose, per cui non ne ha davvero interesse. Quindi, io mi rivolgo normalmente alla persona che si è trovata ad avere una relazione, in genere piuttosto dolorosa e spiacevole, con un narcisista.

Volevo buttare là qualche presupposto dal quale mi muovo io, quando parlo con persone che stanno facendo questo viaggio, e anche quelli che possono essere degli utili elementi nell’approcciare un’idea di cura.

Innanzitutto, comincio dicendo che io non parlo con persone malate o pazze. Parlo con persone fondamentalmente sane, e se non lo sono specifico che non posso essere d’aiuto, ma di base parlo con persone che ritengono di essere più incasinate di quello che sono veramente. In realtà si stanno muovendo e agendo attenendosi a una regola antica, ad una sorta di meccanismo che si è instaurato nella propria psiche in un’epoca remotissima, e non è stato aggiornato.

Il sistema non è stato aggiornato ai tempi, perciò, che cosa capita? Quello che aveva senso per fronteggiare un ambiente piuttosto ostile come quello della nostra formazione, in una famiglia dove probabilmente non c’era particolare spazio per l’espressione dell’affettività, non è più funzionale oggi. Nella scelta delle relazioni, sia di coppia che di altra natura, ci rende suscettibili di essere attratti da persone che ricreino quella sorta di aria di famiglia, per quanto disfunzionale sia.

Quindi, non si tratta tanto di guarire ma di inserire delle variabili, delle informazioni diverse e eventualmente fare una cosa diversa, rendersi conto che c’è stato uno spostamento rispetto a quello che un tempo aveva senso. Non solo oggi non lo ha più, ma anzi ci fa male e serve, invece, affacciarsi a una realtà diversa.

Passiamo al secondo punto. Questo porta ad una ulteriore fase di comprensione. Si aggiungono delle informazioni che possono essere rilevanti, e ci può essere una prima fase di epifania, di scoperta rispetto alla natura di questo tipo di rapporti; questo, però, che spesso viene considerato come il punto essenziale, in realtà è solo un passo necessario: di là bisogna passare.

Naturalmente, è importante avere una comprensione cognitiva del tipo di situazione nella quale si è, ma è ben lungi dall’essere sufficiente: spesso, le persone o arrivano a parlare con me, o comunque a trovarsi in una situazione di relazione di aiuto, già avendo ben chiaro quello che sta succedendo loro.

Se non ce l’hanno ancora del tutto chiaro, nel giro di pochissimo lo capiscono.
Quando si parla di narcisismo si trovano tanti libri, tante analisi, tanti approfondimenti, tante cose che vanno a nutrire la nostra parte cognitiva come se fosse lì la stanza dei bottoni. Invece, per me, il riconoscimento del fatto che non è nella mente il meccanismo col quale facciamo le scelte, è una parte fondamentale. La mente è potentissima, cruciale e importantissima e non necessariamente siede al posto di comando; è invece più utile approcciare quella parte che è poco conosciuta e poco addomesticata, che è la pancia, l’emotività, il lato inconscio inconsapevole dove albergano le emozioni.

Ed è qui che si produce la forte emotività, il forte attaccamento che ci tiene legati a questo tipo di relazioni.

Un altro aspetto fondamentale è il concetto della scelta: la scelta crea, come dice anche uno dei miei mentori, Gary Douglas. La scelta crea e io sono serissima quando si tratta di rispettare e prendere in considerazione che quello che abbiamo realizzato, la situazione nella quale ci troviamo è il frutto di scelte che abbiamo fatto. In modo più o meno consapevole, naturalmente, ma le abbiamo fatte.

Evito sempre di alimentare quella parte del mio interlocutore che cerca delle scappatoie, delle scuse: cerca di dire che ha avuto sfortuna, che gli è capitata questa particolare concatenazione di eventi che ha portato a… ecc. ecc.

No.

Quello che abbiamo, quello che viviamo, è il frutto delle scelte che abbiamo fatto proprio noi che siamo, come spesso mi capita di dire, gli attori, gli spettatori, i critici, i registi, il pubblico pagante e gli imbucati di questa esistenza. Quindi, il tipo di relazioni nelle quali ci troviamo risponde alle scelte che abbiamo fatto essendo, tra l’altro, il cinquanta percento di questa relazione, quale che sia.

Assoluta serietà nell’assumere che una persona fa delle scelte e se ne prende carico con le conseguenze. E questo vale naturalmente anche per il narcisista.

Il narcisista non è tanto aiutabile, non perché non desideri una cosa diversa e non perché non abbia una sua gamma di sofferenze, anche molto intense. E’ titolato e senz’altro equipaggiato per compiere delle scelte.

Quelle che fa, anche se hanno dei risultati dolorosi, sono in realtà delle scelte, e una cosa che ritengo importante dare a chi viene a parlare con me, in termini di relazione d’aiuto, è potenziare il fatto che siamo assolutamente nella possibilità di fare delle altre scelte e di disfare quelle che abbiamo già fatto. Naturalmente ci sono delle scie di conseguenze pregresse, ma ciò non cambia che abbiamo sempre più scelta di quello che ci attribuiamo.

Infine, un altro elemento cruciale per la guarigione e per il cambiamento è l’ingrediente dello spazio. Lo spazio, ovvero quella carta matta che si inserisce all’interno di una visione estremamente polarizzata quando siamo nel problema.

Nella sofferenza, in genere, abbiamo una realtà molto molto contratta, dove vediamo poche possibilità, in numero in genere inferiore a tre, e quindi ci troviamo in una situazione claustrofobica dove ci sembra di non avere altra via di scampo. Invece, come sarebbe instillare dello spazio?

Quello che faccio io come coach delle relazioni, è rendere possibile la creazione di uno spazio nella quale stare insieme e confrontarsi e trascorrere un tempo e dire delle cose che magari vanno dette, che è importante dire, ma sempre nell’ottica che è la persona che sceglie eventualmente di fare un passo ulteriore, di andare oltre, di fare quello che è richiesto.

Quello che posso garantire è di fornire uno spazio affinchè questo accada. Non ho affatto la pretesa che che la mia sia LA modalità; anzi, sono consapevole che ce ne sono tante altre, e ogni momento della vita ha una risonanza con una invece di un’altra. Io ne ho conosciute tante. Modalità diverse per inserire una variante ulteriore, quella carta matta, quello spazio, quel tarlo che dice: forse non è solo così che le cose possono andare. Si può fare di più, si può essere di più. Anche questo mi capita spesso di dirlo in sessione: si può far sì che la nostra essenza, la nostra centratura, tracimi in tutte quelle aree dove ci sono invece vari punti di vista estranei non nostri, ostili e limitanti che hanno preso potere, e possesso del territorio.

Al contrario: come sarebbe, invece, colonizzare tutta la nostra vita con quella che è la nostra essenza e la nostra centratura?