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La formazione del narcisista

 

La lettura tradizionale della ferita narcisistica, quella che porta poi alla personalità da disturbo narcisista, o in generale alla persona che ha tendenze narcisistiche con tutto il corollario che sappiamo di atteggiamenti spiacevoli e abusanti, ha una radice lontana.

Durante la sua infanzia, il narcisista riceve un’interruzione delle attenzioni. Se prima c’era un’attenzione ragionevolmente amorevole nella sua famiglia, a un certo punto gli viene sottratta, in genere dal genitore di sesso opposto, ma comunque dalla famiglia. Questo fa sì che il bambino senta di avere la necessità, per essere amato e ricevere queste attenzioni, di fornire una qualche forma di prestazione. Deve prodursi in una performance, perché gli viene detto che le relazioni funzionano così. Tu fai qualcosa per me e io ti dò qualcosa in cambio: questa è la struttura del rapporto di dare-avere, di controllo, che poi riproduce nell’età adulta.

Quello che è meno chiaro è il tipo di famiglia dalla quale provengono questo tipo di persone.

Sottolineo sempre che il narcisismo è uno spettro: può esserci una persona che ce l’ha a volte spiccato e quindi è una personalità molto tossica, ma in realtà, in vario grado, ce l’abbiamo tutti. Da zero a tre anni è assolutamente normale avere questo elemento nella propria personalità, è anzi sano. E’ però necessario considerare come si trasforma in seguito.

La famiglia di provenienza di una persona del genere può apparire assolutamente normale: sono quelle famiglie nelle quali quando succede un fatto di cronaca, si dice: ‘Strano, sembravano persone così per bene’, ‘Sembrava una persona talmente a posto, e invece!’

Si tratta di famiglie dove c’è una interpretazione della genitorialità come noiosamente normativa, dove non manca nulla di quegli elementi di normalità, tipo timbrare il cartellino delle cose che dovrebbero esserci nelle famiglie felici. Magari è una famiglia dove il bambino prende ottimi voti, o dove ci sono regali, vacanze, alberi di Natale ecc. tutto normale, e a volte va benissimo, ma che spesso nascondono altre problematiche. E cioè, potrebbe essere che in quella famiglia lì, in particolare, non ci sia quello che è in realtà il nutrimento essenziale della persona equilibrata, ovvero il riconoscimento.

Sono famiglie in cui al bambino viene detto che si deve impegnare in una certa maniera, spesso codificata, per ottenere riconoscimento, e non viene mai detto che quell’amore così tanto ricercato, semplicemente non è disponibile. Non viene ottenuto per questioni di immeritatezza, o di scarso impegno: questo tipo di genitori non ce l’ha nel carnet. Non avendolo disponibile non saprebbe come darlo, perché non l’ha ricevuto, e qui arriviamo alla riproduzione del trauma.

In ambiente clinico è noto che il trauma si riproduce così. Un certo tipo di patologie passano di generazione in generazione per imitazione. Ovvero: a me è stato fatto qualcosa di brutto, ed essendo io bambina all’epoca, non ho avuto l’opportunità di avere un approccio critico, ma necessariamente devo prendere per buono quello che viene fatto. Perciò, se i miei genitori sono poco amorevoli, ne ricaverò l’impressione di meritarmi io poco amore. E dato che loro sono assolutamente okay (sic), farò la stessa identica cosa con i miei figli.

Questo finirà per riprodursi generazione dopo generazione. Il bambino si trova a vivere in un contesto del genere, dove viene visto ben poco, non gli si dà il riconoscimento praticamente in niente, né sulle sue performance, cui si risponde sempre: ‘Hai fatto solo il tuo dovere’, né sulle sue emozioni. Quando ne esprime una non riceve la conferma che è okay e che sta avendo una reazione naturale agli eventi, ma viene contestato. Viene costantemente messo in discussione e gli viene detto che non ha il diritto di sentirsi in un certo modo, e che quello che prova non è adatto al contesto.


Questo mancato riconoscimento fa sì che la persona si ritrovi un grosso buco di autostima e naturalmente introduca una serie di strategie all’interno della famiglia e fuori, per ottenere quelle attenzioni, e per ottenere quel riconoscimento in uno spirito di controllo, manipolazione, tirare i fili, schiacciare i tasti giusti. Questo è quello che poi accade con la ECO, con la vittima interlocutrice del narcisista, che costantemente è stimolata a fornire il nutrimento narcisistico. Deve cioè, dire a quella persona che è brava, okay, desiderabile, figo, qualsiasi cosa.


La questione del non essere visti forse ti è familiare, se ti interessi di queste tematiche di narcisismo perché l’hai sperimentato sulla tua pelle, magari nel ruolo di Eco. Questo perché in realtà è molto simile a quello che provano le Eco. Anche loro nascono e vivono in famiglie di questo tipo, che potrebbero esternamente apparire assolutamente normali, che non attirano le attenzioni degli assistenti sociali, ma che, allo stesso tempo, sono famiglie fortemente abusanti, dove non si arriva mai al sei. Sono quelle famiglie in cui qualsiasi cosa fai non è mai motivo di feedback positivo, e tutto rimane sempre in un ‘Vediamo’ sospeso, ‘Forse te lo meriterai di essere considerata all’altezza se sarai brava’… questo è senz’altro un territorio comune.


Ecco un lato interessante della formazione del narcisista, ovvero il fatto che da quel tipo di famiglia lì provengono sia le Eco che il narcisista stesso. Hanno mangiato la stessa m***, se vogliamo, e ne hanno fatto poi un uso differente. Hanno avuto un tipo di reazione in una direzione piuttosto che un’altra.


È obbligatorio che le cose vadano così? Assolutamente no. Anche perché il 98% delle patologie, in realtà, nasce in seno a un’esperienza e non è innato: viene fuori sulla base di come reagiamo ad un dato evento. Esistono, certamente, esperienze tossiche che provocano danni, ma non è un rapporto di causa-effetto automatico.

Se è vero che da quel tipo di famiglia fredda, distante e poco amorevole vengono fuori persone con tratti narcisistici o masochistici (come le Eco), è anche vero che questo può rappresentare un trampolino di lancio per un lavoro su di sé, un elemento di trasformazione che ci stimoli a guardarci dentro, e ripulire via via tutte le ferite che si presentano. In questo caso diventa un grande aiuto per creare una personalità dove c’è autoconsapevolezza, e dove, se ci si trova, ad esempio, a dubitare della propria autostima, non ci si ferma lì, ma si va avanti, e con uno spirito indagatore si va a ripulire tutti i punti di vista che ci portano a quel blocco.